Cappella del Santissimo Sacramento.
Altare con gruppo scultoreo di Antonio Begarelli (1499 ca.-1565), Pietà, 1544-46.
Sulle pareti: Decorazioni a stucco policromo con motivi vegetali e raffigurazioni simboliche, di plasticatori attivi nella prima metà del XVII secolo, 1628.
RISORSE DISPONIBILI
Di questa cappella si hanno notizie solo dal 1627, probabilmente perché questo luogo faceva precedentemente parte della zona riservata ai monaci.
Nella nicchia sopra l’altare vi è la Pietà di Antonio Begarelli, importante scultore modenese attivo nel XVI secolo e grande protagonista nell’arte di modellare la terracotta, principale linguaggio scultoreo del territorio vista la mancanza di cave di marmo. La Pietà venne realizzata tra il 1544 e il 1546, originariamente pensata per la sala capitolare del convento, venne poi spostata nel 1628, dove si trova tutt’ora. E’ una delle opere più note e apprezzate dello scultore, che pone attenzione all’espressività del volto con grande essenzialità tecnica. Le figure sono armonicamente inserite negli spazi; il volto della Vergine esprime un sentimento di dolore mentre Giuseppe d’Arimatea solleva il busto del Cristo verso la madre, aspettando un cenno per porlo nel sacro lenzuolo.
Il grande quadro collocato sulla parete di destra, attribuito a Ludovico Lana, raffigura due giovani Santi in primo piano e un terzo più anziano in fondo a sinistra che vengono decapitati, ad oggi c’è ancora grande incertezza riguardo i soggetti effettivamente raffigurati.
Il secondo quadro non fu mai realizzato e per porre rimedio allo spazio vuoto, i monaci vi misero inizialmente due tele di Giovanni Battista Ingoni ora nell’abside; successivamente vennero collocate in questo spazio le due ante esterne dell’organo, dipinte da Giovanni Taraschi, raffiguranti L’Esercito del faraone sommerso nel mar Rosso.
Nelle due lunette sono invece rappresentati il Trafugamento dell’ostia e la Punizione dei profanatori dell’Eucarestia, attribuiti all’artista Giacomo Lippi e datati XVII secolo.
Pietà
Parlando di scultura classica o rinascimentale, viene quasi naturale pensare al marmo.
Di certo, non all’umile terracotta, con cui Antonio Begarelli realizzò le sculture di questa chiesa.
Nella zona in cui ci troviamo, la mancanza di cave di marmo diede vita ad una tradizione scultorea fondata su questo materiale. Ma Begarelli sapeva lavorare la terracotta con maestria tale da farla sembrare marmo scolpito. Considerando poi che all’epoca le sculture erano dipinte di bianco, la differenza tra i due elementi si assottigliava ancora di più. Dare dignità ad un materiale povero poi era una scelta che aveva anche valore spirituale per la morale cattolica. In questa Pietà del 1544, l’imitazione del marmo si sposa con uno stile che echeggia la scultura antica non solo nelle forme, ma anche nella resa dei sentimenti. Cristo, senza vita, viene mostrato a Maria prima della sepoltura. Nessuno dei tre personaggi intorno al corpo compie gesti eclatanti: non si grida in preda allo strazio, non si alzano le mani al cielo. È una sofferenza misurata, che non vuole distrarci con la teatralità. Nella scena non deve risaltare l’orrore del lutto, ma la sacralità del sacrificio che è alla base del credo cristiano: attraverso la sua morte, Gesù redime l’uomo dal peccato. Certo, il dolore è presente e traspare dai volti, ma è un soffrire raccolto, che si fa tramite per la fede.







